Legge 150/2000: è necessario modificarla, ma come?
Il 26 aprile a Roma il mondo politico e il mondo della comunicazione si sono incontrati per parlare della proposta di legge di modifica alla Legge 150 del 2000 presentata dal Prof. Giovanni Guzzetta e da AssoComunicazione - Associazione delle imprese di Comunicazione, rappresentata dall’ On. Diego Masi. La tavola rotonda si è aperta con gli interventi dell’ On. Valducci e del Sen. Butti, che hanno accolto favorevolmente la proposta di modificare l’art. 4 della legge 150 in cui si dispone la creazione di una “Agenzia per la comunicazione istituzionale” quale organo di controllo in grado di regolarizzare e razionalizzare il mercato degli investimenti pubblicitari. Per entrambi, la legge 150 del 2000 considera le agenzie semplici fornitori di servizi e non partner strategici in grado di affiancare la PA con ruoli consulenziali di ampio respiro e prolungati nel tempo. Attualmente, infatti, non viene preso in considerazione il valore delle idee ma solo quello dei costi. Non si premia quindi la qualità, schiacciata dalla logica del prezzo più basso e da commissioni aggiudicatrici non adatte a valutare la complessità della comunicazione dei giorni nostri. L’ intervento dell’On. Bruno Tabacci, si è concentrato sulla “terzietà” di tale Agenzia e sull’imparzialità che potrebbe scaturire dal diretto controllo che il Governo ha su di essa ponendo però sempre l’attenzione sull’importanza di valutare non solo il costo di una campagna ma soprattutto la qualità. Dello stesso avviso è Claudio Velardi, invitato nella duplice veste di comunicatore quale socio fondatore della società di comunicazione istituzionale Reti Spa, e di ex Assessore del Turismo della Regione Campania, che si è concentrato sul ruolo che la politica svolge e svolgerà in futuro, quale arbitro imparziale in grado di prendere decisioni responsabili che non guardino solo alla economicità ma anche alla qualità. Qualità che secondo Velardi può essere esaminata esclusivamente da esperti del settore, iscritti ad un Albo di professionisti, in grado di valutare non solo gli aspetti burocratici ma anche quelli creativi. In ultimo Velardi si è soffermato ad esaminare i cambiamenti che la comunicazione sta attraversando con l’esplosione del web 2.0 e dei social network che inevitabilmente “causeranno” ulteriori modifiche alla legge. Tutti i politici e gli operatori della comunicazione presenti hanno ritenuto necessarie delle modifiche alla legge, modifiche che però devono essere maggiormente condivise ed in linea con l’evoluzione del “nuovo” modo di comunicare.








5 commenti
Secondo la mia opinione, per avere una comunicazione istituzionale “upper level” è necessario, e quindi condivido in pieno l’idea del Dott. Velardi, creare un Albo di veri professionisti “guru” del settore, tale da offrire un alto valore aggiunto alle relazioni istituzionali, ottimizzando i tempi ed i costi, nel quadro di una maggiore trasparenza, efficacia ed efficienza del mondo della P.A.
Si Andrea, ma con quali criteri? Non mi dirai che sei d’accordo con la creazione dell’ennesimo Albo professionale…..
secondo me più che creare una nuova Agenzia si potrebbe pensare all’istituzione di un albo però concordo con Valentina con quali criteri?
Che ne pensate invece di valutare più la qualità che l’economicità di un bando di gara?
Per valutare la qualità è necessario avere le competenze. E’ un cane che si morde la coda. Forse alcuni criteri possono essere rintracciati nella normativa ISO. Creare indici? Quali grandezze prendere in considerazione per valutare la qualità di una professione il cui output è la capacità di comunicare efficacemente? Come depurare i dati dalle influenze che agiscono inevitabilmente su questo tipo di attività?
Già, con quali criteri valutare “la qualità” al posto dell’economia?
Come ricordato -giustamente- nella seconda parte del dibattito, bisognerebbe sempre tenere a mente quanto accaduto con i capitolati d’appalto nel settore dei Lavori Pubblici per vedere come progressivi aggiustamenti non abbiano portato ad un risulasto realistico in favore della qualità.
Ciò non toglie che forse sia una strada più praticabile rispetto alle “agenzie”: magari partendo -a mo’ di case study- da esempi abbastanza positivi come quello citato da Valentina (ISO), ma anche esempi esteri come la determinazione francese di operatività dei pubblici uffici, o ancora le regole d’origine del prodotto in sede WTO. Non so se si può arrivare lontano, ma almeno offrirebbe un frame per stabilire “cosa si vuole”…
Lasciaci un commento, non essere timido ;)