Il blog di Reti

Le parole senza volto (e la voce umana)

“Allô, allô, allô… Mais non madame, nous sons plusieurs sur la ligne, raccrochez…”: il signor Solo quella sera aveva deciso di accompagnare la cena con un ascolto particolare. Di tanto in tanto gli piaceva ascoltare musica mentre cucinava, lo aiutava a rilassarsi e a fare piazza pulita dei pensieri legati al lavoro – quelli che si erano intrufolati in tasca una volta uscito dall’ufficio, rigorosamente rimasti sullo zerbino, fuori dalla porta di casa, ma qualcuno bussava e lo si doveva ignorare. Anche il merlo Gamel aveva teso le orecchie e non fiatava, la voliera era un auditorium. Una pastosa voce di soprano interpretava l’ultima, disperata telefonata di una donna con colui che era stato il suo amante per cinque anni, e che ora sposava un’altra. Una bestia ferita a morte si dissanguava nella sua stessa gabbia, come aveva scritto Cocteau nel 1930. Poulenc aveva  musicato la situazione quasi vent’anni dopo, riempiendo di suono ciò che sulla scena erano i silenzi d’ascolto. “Ma la voce umana sarà della donna oppure quella che lei sente al telefono?”, pensava il signor Solo mentre preparava i crostini per il suo chèvre – a una composizione francese non si poteva che accompagnare una cena in tema – e mentre mescolava la ratatouille con cui accompagnarli. Il piatto forte era il foie gras, con pane all’uvetta e un’insalatina acidulata per sgrassare il palato. Aveva deciso anche di gratificarsi passando alla pasticceria “Le petit Prince” per acquistare uno dei suoi dolci preferiti, la tarte tatin, da accompagnare con una cucchiaiata di crème fraîche. Stava pensando anche di aprire una mezza bottiglia di seauternes. E che diamine, si doveva avere ben cura di se stessi e farsi una coccola, ogni tanto. Sul comodino, dopo cena, lo aspettava un bel Simenon, nulla di particolarmente impegnativo, ma non per questo meno affascinante, un fumoso e nebbioso Maigret d’annata. “Che bella serata mi si prospetta”, pensò il signor Solo, erano momenti che ricompensavano per una giornata di lavoro fagocitante all’Ufficio Postale – chi diceva che gli impiegati pubblici non lavorano non conosceva il signor Solo, che era in grado di non staccare la testa dalle sue mansioni dalle otto e trenta alle tredici e trenta e dalle quattordici e trenta alle diciassette e trenta, malgrado la Musoni e gli utenti non sempre educatissimi allo sportello.

Nonostante La voix humaine non fosse un ascolto leggero e allegro, e nonostante non raccontasse proprio una favola a lieto fine, l’orchestrazione e la sua melodia monodica avevano un effetto benefico sull’umore di Solo. Cucinando e ascoltando, le tessere di malumore che ancora guastavano il mosaico della sua serata trovavano una collocazione e a poco a poco si rasserenavano.

La cena era quasi pronta. Se non gli fosse parso esagerato, quella sera avrebbe acceso pure una candela. Ma proprio mentre stava per stappare il sauternes, e mentre la soprano ripeteva per l’ennesima volta il suo affannato allô, suonò il telefono.

2 commenti

1 Massimo Micucci { 08.01.08 alle 6:39 am }

love this short novel go ahead

2 elena marinoni { 08.01.08 alle 8:59 am }

che fame.

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