Le parole senza volto (e la voce umana) - V puntata
Solo in quel momento realizzò che il cd era terminato nello stesso istante in cui la telefonata con la sconosciuta era stata troncata. “Je suis forte. Dépêche-toi. Vas-y. Coupe! Coupe vite! Je t’aime… je t’aime… je t’aime… je t’aime… je t’aime…”. L’opera finiva con cinque ti amo. “Stucchevole, ma efficace”, pensò Solo. Le dichiarazioni troppo esplicite non gli erano mai piaciute. Non ne aveva mai ricevute, ma anche ascoltare altri farne lo imbarazzava. Ma in quel caso, la disperazione del personaggio poteva far accettare anche quel modo di esprimersi. E poi in fondo era letteratura. Il signor Solo preferiva La voix humaine musicata rispetto a quella in prosa. La musica rendeva il testo meno pesante, e i silenzi che intercorrevano tra una battuta e l’altra non erano grevi e angoscianti come quelli che aveva visto recitare a teatro, anche da brave attrici.
− Allora, è proprio arrivato il momento di cenare. Gamel, vuoi assaggiare qualcosa?
− Sì! Solo! Solo! Sì!
Il signor Solo aveva gustato la sua cena dopo aver cambiato atmosfera musicale. Meglio cancellare il bizzarro ricordo di quella telefonata affidandosi alla svagatezza di Charles Trenet. Gamel era particolarmente ciarliero e la serata era scivolata via, tra un sorso di sauternes e un racconto sobillato dal merlo affamato di storie.
Simenon, paziente, aveva atteso tutte le abluzioni pre-letto. E poi, sotto un cono di luce, aveva iniziato a diffondere la sua nebbia per tutta la stanza.
− Pronto? Pronto?… Pronto?
− Sono ancora io… È lei, Solo?
− Sì, sono io. Il suo gioco ha funzionato? O è ancora seduta sulla sponda del letto ad aspettare?
”Il buio”, pensò il signor Solo, “mi spinge a prendermi troppa confidenza e a fare domande inconsulte. Devo controllarmi, corro il rischio di diventare inopportuno”.






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